Via Giuseppe de Dominicis

Giuseppe De Dominicis, poeta noto con lo pseudonimo di “Capitano Black“, nacque l’11 settembre 1869 a Cavallino, in provincia di Lecce, e morì il 15 maggio del 1905.

Noto come uno dei maggiori lirici in dialetto salentino, De Dominicis espresse la sua critica sociale e il suo attaccamento alla terra d’origine attraverso le sue opere. Di lui ricordiamo “Li martiri d’Otrantu” , uno dei poemi più significativi e coinvolgenti ispirati alle storia di Otranto, incentrato sulla tragica vicenda del 1480, quando la città fu assediata e conquistata dalle forze ottomane e circa 800 abitanti caddero martirizzati per aver rifiutato di rinnegare la loro fede cristiana.

La frase “Lecce nu bera nienti ‘nfacce Utrantu”  (Lecce non era nulla in confronto a Otranto) è tratta da quest’opera e riflette la percezione storica del tempo secondo cui Otranto era più importante di Lecce. A conferma di ciò occorre ricordare come “la città dei Martiri” abbia rivestito un ruolo strategico nel corso dei secoli, sia per la sua posizione geografica che per la presenza di una fortezza imponente, come pure per la sua attività nei commerci e nei rapporti con l’Oriente.

Prima dell’epoca aragonese, Otranto era, infatti, considerata la città principale del Salento, mentre Lecce acquisì maggiore prestigio solo più tardi, soprattutto sotto il dominio spagnolo (XVI-XVII secolo).

 Il tragico assedio del 1480, con il massacro degli 800 Martiri, segnò un declino della città, mentre Lecce divenne via via il principale centro culturale e amministrativo della regione. De Dominicis, con il suo stile ironico e provocatorio, espresse probabilmente il rimpianto per la grandezza passata di Otranto rispetto alla Lecce moderna del suo tempo.

Compose diverse opere tutte incentrate sulla vita salentina tra cui Canti de l’autra vita : una raccolta di poesie che esprimeva una satira pungente e brillante, utilizzando quartine ispirate alla tradizione dantesca; sua era anche “Nfiernu”, un’opera che rifletteva la sua abilità nel trattare temi universali attraverso il dialetto locale. Uno dei primissimi scritti “Scrasce e gersumini” (rovi e gelsomini) si distinse, invece, per la capacità dell’autore nel fondere temi di satira sociale e realismo all’amore per la cultura popolare e alla semplicità della vita rurale.

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